«Ho pagato un prezzo alto, sono stata mandata in prigione, punita, il mio ufficio chiuso»: Shahla Lahidji è l'unica editrice donna dell'Iran, un mestiere rischioso che spesso le fa provare il brivido «di camminare su una corda senza avere sotto la rete». Fondatrice più di vent'anni fa della casa editrice Roshangaran, è in Italia, a Venezia, ospite della scuola per librai "Umberto ed Elisabetta Mauri", della grande dinastia Mauri-Bompiani, che alla Fondzione Cini, sull'isola di San Giorgio, ha organizzato l'annuale corso di perfezionamento per librai.
«Ho cominciato questo lavoro a 42 anni, piuttosto tardi per una nuova carriera - raccontato Shahla - e in un Paese dove c'era stata una rivoluzione religiosa che tra le sue prime iniziative aveva messo in atto limitazioni sociali, politiche e di carriera per le donne». Ad ascoltarla con attenzione ci sono Umberto Eco, Inge Feltrinelli, Michele Serra. «Non è stata insomma una passeggiata, ho avuto molti problemi», spiega questa donna forte e determinata, premiata dal Pen Club e vincitrice del premio Freedom To Publish 2006 dell'Unione Europea, nota per la sua battaglia in difesa dei diritti delle donne. Il titolo della sua relazione "Pubblicare Lolita a Teheran" richiama il best seller di Azar Nafisi "Leggere Lolita a Teheran" pubblicato in inglese e tradotto in quasi tutte le lingue europee, ma che in Iran non ha avuto il permesso per la pubblicazione: «E se anche lo avesse avuto - spiega - probabilmente non avrebbe avuto molti lettori, come non ne avrebbe avuti neppure "Lolita" di Nabokov, se pensate che per le attuali leggi religiose iraniane l'età della maturità è di otto anni e mezzo e che per le ragazze è norma sposarsi a 13 anni, mentre il marito potrebbe averne 17 come 70. Allora non vi stupireste che "Lolita" o "Leggere Lolita a Teheran" non susciti interesse». «Io e gli altri attivisti per l'abolizione della discriminazione contro le donne - prosegue - chiediamo che le leggi civili cambino e che l'età in cui le donne si possono sposare sia elevata».
Shahla Lahidji ha raccontato che in Iran più della metà degli editori è costituito da case editrici governative o affiliate a organi governativi, che diffondono i valori religiosi, politici e sociali del governo islamico e ricevono abbondanti sussidi. La crisi dell'editoria ha colpito così solo il settore privato, che non riceve alcun aiuto e sconta il fatto che in Iran i lettori sono pochi e anche quei pochi vengono scoraggiati dalla pesante censura governativa. Una censura «sempre più soffocante» da quando sono al potere gli integralisti in un Paese dove neanche le persone istruite leggono. «Secondo le statistiche gli iraniani dedicano solo cinque minuti all'anno alla lettura - racconta Shahla Lahidji - e un altro problema sono le librerie; ce ne sono soltanto 1500, per cui ci sono città dove non ne esiste nemmeno una. Inoltre dei libri che ottengono il permesso di pubblicazione sono assai pochi quelli ammessi a comparire nelle biblioteche pubbliche».
Fonte: Il gazzettino |