Lo sviluppo di quello che oggi viene definito come “industria culturale” è un fenomeno recente, da inquadrarsi all'interno della società occidentale e capitalistica del XIX secolo, fortemente segnata dai processi di industrializzazione, modernizzazione, e sviluppo tecnologico.
L'industria culturale è stata testimone del processo di digitalizzazione dei media, che ha visto la trasformazione dei classici media analogici, quali la stampa per esempio, alla piena realizzazione di quelli che oggi chiamiamo nuovi media o media digitali, che trovano la loro “ sine qua non ” nell'utilizzo del computer che funge da interfaccia tra l'emittente e il ricevente della comunicazione.
Il primo uso sistematico ed analitico del termine “industria culturale” sembra provenire dall'opera dei due più conosciuti esponenti della Scuola di Francoforte. Infatti, nel 1947, Theodor W. Adorno e Max Horkheimer pubblicano Dialettica dell'Illuminismo , in cui il termine “industria culturale” è usato in sostituzione di “cultura di massa”, per evitare che si possa confondere quest'ultima con una forma contemporanea d'arte popolare.
Da allora il dibattito sugli effetti di socializzazione dell'industria culturale è sempre acceso. Discussioni che hanno portato ad una polarizzazione delle teorie sull'industria culturale lungo l'asse che va dalle posizioni più critiche a quelle maggiormente integrate , tra coloro, in pratica, che hanno considerato la condivisione sempre più ampia della cultura come un'operazione fittizia volta a illudere e magari offuscare le masse e coloro che invece hanno salutato con favore la democratizzazione della cultura.
Anche in Italia, sin dagli esordi della televisione, ci si è interrogati sulla validità e l'efficacia culturale della sua industrializzazione.
Nel corso degli anni è stata prodotta una vasta quantità di studi e ricerche sugli effetti causati dai media e dalla loro industrializzazione, e ancora oggi gli esperti si dividono, secondo una famosa definizione del semiologo Umberto Eco, fra “apocalittici” e “integrati”, t ra chi avrebbe accusato la televisione di snaturare un'opera shakespeariana adattandola al mezzo e coloro che avrebbero esultato constatando che anche chi non frequentava i teatri poteva conoscere Shakespeare. Mentre per i primi i media hanno una portata sostanzialmente distruttiva rispetto alla socializzazione ordinaria, gli integrati sono propensi piuttosto a considerare gli esiti positivi e controllabili della socializzazione tramite i media.
Umberto Eco, nel suo testo intitolato “ Apocalittici e integrati” , pubblicato nel 1964 , fa una meticolosa analisi degli aspetti negativi e positivi dei mass media e come questi esercitano un'influenza sulla società. Secondo il semiologo, gli apocalittici ritengono che la tendenza dei media sia quella di andare incontro al gusto medio evitando l'originalità. Un altro aspetto negativo dei media è quello rappresentato dal fatto di essere sottomessi a leggi di mercato, diventando così oggetto di persuasione pubblicitaria. La naturale conseguenza di ciò è che il pensiero diviene sclerotizzato e costituito da slogan e citazioni, accompagnato da una compresenza di informazioni culturali e gossip, il tutto contornato dalla creazione di miti e simboli che spesso esulano dal conformismo di costumi, valori e principi sani che la società dovrebbe esprimere.
D'altro canto, non possiamo esimerci dal dare il giusto valore agli aspetti positivi dei media. Infatti, la cultura di massa che i media creano non è identificabile con regimi capitalistici ma è anche espressione di democrazia popolare. La cultura popolare si apre così a categorie sociali che prima non vi accedevano. I media inoltre, non solo soddisfano la necessità di intrattenimento, ma consentono la diffusione di opere culturali a prezzi molto bassi, sensibilizzando l'uomo nei confronti del mondo aprendo scenari prima negati. In definitiva, Eco cerca di creare positività nel termine media, spesso usato con accezione negativa.
Non possiamo, in conclusione, non essere d'accordo con lui quando asserisce che, essendo inseriti in una società industriale, non ci si può staccare dai media. L'industria culturale di per sè non è negativa, ma lo è il consumismo che vede per esempio i libri esclusivamente come oggetto da mercificare; quando però essi veicolano dei valori, divengono strumento efficace per la loro diffusione.
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Articolo di Nicola Amato
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