La notizia è balzata alle cronache il 6 febbraio scorso: Steve Jobs, uno dei massimi dirigenti della Apple, ha chiesto pubblicamente alle case discografiche di rinunciare alla tecnologia anticopia, il cosiddetto DRM ( Digital Rights Management ). Se da una parte l'esortazione del massimo dirigente di Cupertino è visto con notevole plauso, e mi riferisco all'utenza finale che acquista musica su Internet, dall'altra, questa esternazione lascia un po' perplessità, soprattutto tra le grandi case discografiche. Infatti, secondo alcune dichiarazioni apparse sulla stampa specializzata nel settore, la IFPI (Federazione Internazionale dei discografici) e la FIMI (Federazione dell'Industria Musicale Italiana), non sono assolutamente disposte a rinunciare al DRM. L'unica che sembra uscire dal coro dei dissensi sembra essere la EMI.
Ma che cos'è in effetti il DRM?.
Nella accezione inglese del termine, DRM significa “Digital Rights Management”, che in italiano si traduce con “gestione dei diritti digitali” e si riferisce a quei sistemi mediante i quali i titolari dei diritti d'autore possono amministrare ed esercitare i loro diritti in ambiente digitale, in virtù della possibilità di rendere tracciabili, identificabili e protetti i propri prodotti appositamente marchiati. L'utilizzo dei DRM nasce dalla necessità di poter esercitare il controllo sugli aspetti legati alla distribuzione e all'utilizzo di tali prodotti ed è motivata da una forte campagna internazionale contro lo scambio o, come viene definito dalle case discografiche, pirateria.
Con l'avvento delle tecnologie digitali, in effetti, copiare un file multimediale è diventato semplice e non comporta, a differenza dei supporti analogici, una diminuzione della qualità. Grazie alla diffusione di strumenti digitali per l'accesso a contenuti multimediali, quali personal computer , mp3 player, telefonini di nuova generazione, lettori di divx, e alla diffusione dell'accesso a Internet , della larga banda e delle reti peer to peer, l'accesso e la distribuzione in tutto il mondo di contenuti multimediali è diventata alla portata di ogni singolo utente, creando nuovi scenari capaci di modificare il consolidato sistema autore-distributore-cliente, a danno sicuramente del distributore e indirettamente dell'autore.
Già dagli anni Ottanta si cominciavano a sperimentare le tecnologie in tutela del copyright; ma è con la diffusione globale delle opere audiovisive che le case di produzione, e di distribuzione, iniziarono ad implementare i sistemi DRM sui loro supporti. Uno dei primi sistemi DRM fu il CSS, ovvero il “Content Scrambling System”, col quale venivano crittografati i supporti con una chiave segreta che veniva rilasciata ai produttori di hardware e dei software di lettura, a patto di accettare delle specifiche condizioni di licenza e di utilizzo. Con tale tecnologia i DVD quindi non potevano nè essere masterizzati né copiati, a meno di non possedere dei particolari programmi di decodifica CSS.
Ora, al di là di quello che può essere stato il percorso evolutivo dei sistemi in difesa del copyright, quello che lascia maggiormente sconcertati in tutta la questione riguardante il DRM è che la richiesta relativa alla sua rinuncia sia venuta proprio da Steve Jobs, che rappresenta la Apple che con il suo negozio online iTunes può essere considerato il leader del mercato mondiale della musica venduta legalmente in Rete con l'88% delle vendite USA. Si stima siano state vendute oltre due miliardi di canzoni dal 2003 a oggi, nonostante qualche anno fa molti erano scettici su quel progetto perché ritenevano che la musica venduta online non potesse avere futuro. C'è un ulteriore punto che suscita perplessità: tutta la musica venduta da iTunes è protetta da robusti sistemi anticopia. Non è quindi un controsenso che sia proprio Steve Jobs a chiedere l'eliminazione dei sistemi anticopia?
Comunque sia, vedremo come andrà a finire questa controversa vicenda. |