Quando, allora, possiamo parlare nello specifico di comunicazione vera e propria?
Partendo dalla considerazione oggettiva, che ci porta ad affermare che il processo comunicativo ha una intrinseca natura bi-direzionale, si può dunque parlare di comunicazione quando gli individui coinvolti vestono i ruoli sia di emittenti che di riceventi i messaggi. Facciamo qualche esempio pratico. Non sconcertatevi se vi dico che se noi mandiamo ad esempio una e-mail ad un nostro amico, non stiamo attuando un processo comunicativo ma un semplice trasferimento di informazioni. Diventerà comunicazione vera e propria solo quando il nostro amico, in questo caso il ricevente della comunicazione, ci invierà una risposta. In quest'ultimo caso assumerà anche il ruolo di emittente della comunicazione e voi, a vostra volta, diventerete anche il ricevente. Allo stesso modo, si può parlare di comunicazione solo quando riceviamo una risposta ad una lettera che abbiamo precedentemente inviato, oppure quando riceviamo un commento sul nostro blog, o ancora, quando qualcuno risponde ad un nostro post su di un forum. In pratica, si può parlare di comunicazione ogni qualvolta che, chi inizia una qualsiasi forma di interazione, riceve una risposta sotto qualsiasi forma essa venga espressa, il cosiddetto feedback.
Nel caso invece delle interazioni verbali di tipo orale, il processo comunicativo viene attuato non appena si riceve una qualsiasi risposta, non necessariamente verbale, e legata alla mimica facciale ed alla gestualità. Questo perché, in realtà, anche in un monologo, chi parla ottiene dalla controparte un feedback continuo, anche nel caso in cui riceva un messaggio del genere: " parla quanto vuoi, io non ti ascolto ". Questo fenomeno è stato riassunto con il principio, attribuito a Paul Watzlawick, psicologo austriaco della Scuola di Palo Alto, da poco scomparso, a cui si deve la diffusione dell'approccio allo studio della comunicazione e ai problemi umani, secondo il quale, in una situazione di prossimità tra persone, "non si può non comunicare". Perfino in una situazione anonima, come in un autobus o un vagone della metropolitana, noi emettiamo per i nostri vicini continuamente segnali non verbali (che significano pressappoco " anche se sono a pochi centimetri da te, non ti minaccio e non intendo immischiarmi nella tua sfera intima "), e i nostri compagni di viaggio accolgono il messaggio, lo confermano e lo rinforzano (" bene; lo stesso vale per me nei tuoi confronti "). Questo perché la comunicazione non è solo quella verbale o i gesti e le espressioni che la completano, ma l'insieme degli atteggiamenti che determinano ogni nostra azione, compresa quella di evitare ogni rapporto con l'esterno. 1
“L'attività o l'inattività, le parole e il silenzio (…) influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a questa comunicazione e in tal modo comunicano anche loro”. 2
Analizzando dunque il principio di Watzlawick sopra esposto, si deduce che “il comportamento non ha un suo opposto. E' impossibile, infatti, per un essere umano mostrare un ‘non-comportamento'. Ora, se si accetta che l'intero comportamento in una situazione di interazione abbia valore di messaggio, vale a dire che è comunicazione, ne consegue che comunque ci si sforzi non si può non comunicare”. 3
Appurato quindi che i processi comunicativi avvengono a prescindere dalla nostra volontà di farlo, entriamo ora nei dettagli dei componenti, o come più correttamente definiti, “segni”, che danno vita alla comunicazione.
Secondo i canoni ufficiali che identificano inequivocabilmente la comunicazione, si distinguono diversi elementi che concorrono a realizzare ogni singolo atto comunicativo e che si contraddistinguono per la loro imprescindibilità. Questo vuol dire che sono dei segni sostanziali caratterizzati da una condizione di sine qua non ; ossia, se manca uno solo dei seguenti elementi non possiamo parlare di comunicazione:
• emittente : è la fonte delle informazioni che effettua la codifica di queste ultime in un messaggio e le invia al destinatario; è colui in pratica che inizia il processo comunicativo;
• messaggio : è l'oggetto della comunicazione;
• ricevente : è il destinatario del messaggio che lo decodifica, lo interpreta e lo comprende;
• codice : è la parola parlata o scritta, un'immagine, il tono impiegato per formare il messaggio;
• canale : è il mezzo di propagazione fisica del codice e può essere rappresentato da onde sonore o elettromagnetiche, scrittura, bit elettronici, etc.;
• contesto : si tratta dell'ambiente significativo all'interno del quale si colloca l'atto comunicativo.
Questo modello di rappresentazione del processo comunicativo fu introdotto alla fine degli anni Quaranta da due ingegneri statunitensi, Claude Shannon e Warren Weaver, i quali intendevano in tal modo illustrare in modo schematico la struttura della comunicazione telefonica. Qualche anno dopo, il grande linguista e semiologo russo Roman Jakobson, applicò questo modello a tutti i processi comunicativi, elaborando uno schema chiamato “circuito elementare della comunicazione”. Secondo lo studioso, il processo di comunicazione funziona in questo modo: un mittente , ovvero colui che ha intenzione di comunicare, invia un messaggio a un destinatario . Affinché il messaggio risulti comprensibile, innanzitutto è indispensabile che ci sia il riferimento a un contesto , ossia la situazione comunicativa, che il destinatario possa afferrare. Deve inoltre esistere un codice condiviso sia dal mittente che dal destinatario, che consenta al primo di codificare il messaggio e al secondo di decodificarlo. Infine, si deve stabilire un canale che connetta il mittente al destinatario, così che la comunicazione si attui concretamente. 4
Per una migliore comprensione del circuito elementare della comunicazione, vi propongo il seguente schema a titolo esemplificativo.
Prendiamo per esempio una qualsiasi azienda, in questo caso il mittente della comunicazione, che intende inviare un messaggio a dei destinatari della comunicazione. Poniamo si tratti della presentazione di un nuovo prodotto a una platea di giornalisti esperti del settore merceologico trattato dall'azienda. La presentazione viene fatta attraverso il canale dell'esposizione orale, utilizzando quindi come codice il linguaggio verbale, nel contesto di una conferenza stampa.
Pensate per un attimo cosa succederebbe se dovesse mancare uno solo degli elementi comunicativi citati. Potremmo in tal caso parlare di comunicazione? Certamente no!

Successivamente, Jakobson osservò che in ogni processo comunicativo non erano solo presenti i sei elementi citati ma, associato ad ogni singolo segno, vi era inevitabilmente la presenza di una relativa funzione che il segno svolgeva. Con il termine funzione si indicano gli impieghi, gli scopi che attraverso un atto linguistico si possono conseguire, anche oltre le intenzioni del mittente. Gli scopi con cui comunichiamo sono svariati e comunque connessi alle circostanze; non è possibile dunque effettuare una classificazione completa delle funzioni del linguaggio, perché ciò equivarrebbe a classificare le azioni umane e le loro finalità, ed è praticamente impossibile. Questi i motivi per cui le funzioni di Jakobson, di seguito esposte, non sono riferite a tutte le funzioni in assoluto che il linguaggio può espletare, bensì sono da considerare a scopo orientativo ed in linea generale.
• La funzione espressiva è quella che comunica lo stato emotivo del mittente, per esempio noia, fastidio, sofferenza, caldo, nervosismo, irascibilità, gioia, etc.. Questa funzione, ove svolta attraverso atti comunicativi sincroni e del tipo “faccia a faccia”, viene assolta attraverso, per esempio, gli atti prossemici attraverso i quali il mittente gestisce lo spazio tra sé e il suo interlocutore, oppure tramite il tono di voce ed il suo volume, o ancora tramite la mimica facciale e la gestualità. Quando invece ci troviamo di fronte ad un tipo di comunicazione asincrono, quale per esempio una e-mail, la funzione espressiva viene assolta tramite i linguaggi non verbali della comunicazione, nello specifico, attraverso il tipo di scrittura, l'uso delle maiuscole per significare che si sta urlando, l'utilizzo degli emoticon, e così via.
• La funzione poetica è quella che dirige il senso della comunicazione verso il messaggio e i giochi formali che lo realizzano. Contrariamente a quanto si possa erroneamente pensare, la funzione poetica non è specifica della poesia, ma ha luogo tutte le volte che, anche nel linguaggio comune, cerchiamo di valorizzare in modo speciale le risorse linguistiche utilizzate per potenziarne il significato. Serve in pratica ad attirare l'attenzione del destinatario sul messaggio dando alle parole un'enfasi particolare.
• La funzione conativa , dal latino conor che vuol dire “obbligo”, comunica l'influenza che si vuole esercitare sul destinatario, la direzione che il testo dà ai comportamenti e ai pensieri del ricevente. In genere viene utilizzata la forma imperativa e i pronomi di seconda persona singolare o plurale. Oltre agli ordini, sono atti linguistici a connotazione conativa le domande, le istruzioni per eseguire un'attività e tutti quei testi che richiedono a chi li riceve di fare o dire qualcosa.
• La funzione metalinguistica , che si riferisce al codice e quindi al linguaggio verbale, si sofferma sulla forma, sulla grammatica, sulla sintassi. E' il linguaggio che descrive se stesso. Un esempio di funzione metalinguistica può essere rappresentato dall'inserimento di una frase di questo tipo all'interno del messaggio: “ …quando dico ‘canale' mi riferisco a… ”, oppure: “ …la parola ‘linguistica' vuol dire… ”.
• La funzione fàtica , inerente il canale, non è altro che la sollecitazione da parte del mittente ad attivare e mantenere l'attenzione del destinatario verso il messaggio. In sostanza, l'emittente cerca di verificare la tenuta della conversazione da parte del destinatario attraverso frasi del tipo “ Mi segui? ” o “ Hai capito cosa intendo dire? ”.
• La funzione referenziale descrive il contesto ed orienta la comunicazione verso lo stato di cose cui il testo fa riferimento. Inoltre, la citazione di eventi o relazioni tecniche servono a descrivere l'ambito in cui avviene la comunicazione.
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